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di Emuanuele Sacerdote.

Ho finito di leggere la nuova edizione 2020 de La Quinta Disciplina di Peter Senge, libro che tutti i manager, professori e studenti dovrebbero leggere per comprendere meglio le questioni inerenti alla gestione delle risorse umane e alla natura umana. Punto centrale del testo è la “learning organization”, cioè la capacità dell’organizzazione di apprendere attraverso l’azione e l’esperienza. “La capacità di apprendere più velocemente dei vostri concorrenti può essere l’unico vantaggio competitivo sostenibile”.  Specialmente nel mondo del lavoro l’apprendimento avviene anche per mezzo del principio della “cross fertilization”, secondo il quale le persone si imparano e crescono lavorando e progettando insieme in un ambiente comune: un ottimo esempio è la grande comunità della Silicon Valley che, tra imprese, università e infrastrutture, ha generato un ecosistema. Penso di poter sintetizzare che, se un’organizzazione riduce,limita e frena la propria capacità di apprendimento, rallenta il progresso cognitivo, aumenta l’immobilismo e, conseguentemente, la produttività, la crescita, il vantaggio e il fatturato dovrebbero contrarsi. Questo nuovo rischio post-covid di potenziale riduzione dell’apprendimento è uno degli effetti collaterali più preoccupanti che vedo per le nostre organizzazioni profit e non-profit, private e pubbliche.

Attualmente stiamo vivendo questo momento storico in sospensione esistenziale (abbiamo vissuto un tempo immobile e stiamo vivendo in attesa che qualcosa succeda o che risucceda; siamo stati chiusi in casa in una condizione paradossale, inverosimile e mai successa prima), in contrazione spaziale (prima potevamo muoverci, viaggiare e imparare, adesso lo spazio si è contratto, causa distanziamento), in carenza esperienziale (eravamo abituati a utilizzare i nostri sei sensi – includo la memoria – insieme per fare esperienze, per comprendere e per evolverci, adesso ne usiamo, forse, tre o quattro e non sempre insieme, nella speranza che l’essenzialità non si trasformi in vera carestia), in debolezza emozionale (grandissima parte del processo di apprendimento e del progresso cognitivodipendono dalla capacità di generare e governare le nostre emozioni consce e inconsce e, causa i nuovi “limiti”, la nostra capacità emozionale è stata ridotta ai minimi termini).

Tutto sommato significa che stiamo alimentando meno l’anima e la mente e che potremmo potenzialmente crescere meno. Se tutto questo fosse parte della nuova realtà e della nuova normalità, è facile prevedere una società meno produttiva, più statica e più fragile.

A parte il desiderio di trovare un vaccino al più presto, spero ardentemente che le nuove opzioni – smartworking, digitalizzazione e tecnologia – siano in grado di dilatare e potenziare il processo esperienziale, emotivo ed evolutivo abbinando la realtà fisica e quella virtuale.

Personalmente non smetterò di cercare di apprendere con i vecchi strumenti e con quelli nuovi, sempre con estrema prudenza, determinazione, criticità e pervaso da insaziabili dubbi.

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