fbpx

copertina calogero r 001di Guido Calogero

a cura di Renato Trombelli

con una testimonianza di Gennaro Sasso

 

Copertina di Alfredo De Dominicis

 

Anteprima filetype pdf

 

Doi: 10.19245/25.05.bs.048

 Sezione ricerche

 

 

L’abbiccì della democrazia fu composto nel 1944 (e pubblicato nel 1946), in una Roma da poco liberata, da un giovane filosofo che voleva spiegare come si organizza la pubblica discussione in democrazia, ovvero le ragioni di fondo delle regole e delle procedure democratiche. Sullo sfondo vi è quella filosofia del dialogo che Guido Calogero inventa come alternativa alla filosofia di Gentile e che svilupperà nel corso della maturità. Ma vi è anche la proposta politica un’integrazione tra ideali liberali e socialisti che Calogero, in polemica con Croce, considera come l’unica che possa dare legittimità al nuovo Stato, che sarà vitale solo se saprà essere una democrazia liberalsocialista.

L’abbiccì della democrazia è un’opera aurorale, che definisce dei compiti e delle prospettive.

L’abbiccì della democrazia rispecchia le speranze della generazione che vide nascere la Repubblica e trasmette un messaggio morale che va al di là delle contingenze storiche della sua nascita. Per Calogero, la democrazia non è un insieme di regole per selezionare la classe dirigente o il governo, ma in primo luogo una tecnica di discussione, un regime di comunicazione che rifiuta la semplificazione a tutti i costi, l’identificazione tra discorso politico e affabulazione, il vociare fine a se stesso. 

L’abbiccì della democrazia viene riproposto oggi proprio perché suggerisce come evitare che una democrazia decada a regime di massa.

Perché conoscere l’abbiccì della democrazia è quanto mai attuale.

Perché questa nuova edizione comprende anche un piccolo straordinario saggio filosofico in francese del 1958, presentato per la prima volta in italiano: L’etica del dialogo e i fondamenti della democrazia, che chiarisce le basi filosofiche dell’interpretazione calogeriana della politica.

Se ne consiglia la lettura a quanti comprendono che dialogo, colloquio, comprensione, non sono slogan buonisti, ma pratiche vitali dalle quali soltanto può nascere ciò che è realmente nuovo.

Se ne sconsiglia la lettura a “coloro che tendono a sopraffare gli altri nella conversazione, che non stanno a sentire quello che gli altri dicono, che tagliano loro la parola prima che essi abbiano finito di esporre il loro pensiero” (p. 109).